Questo è un blog personale su temi letterari e artistici che deve il nome a un commento di Cesare Pavese nel “Mestiere di vivere”. Dedicato a quel suo ossimorico ʼnienteʼ che tutto dice e tutto tace
09 dicembre 2025
I tagli di Lucio Fontana e i nostri
23 novembre 2025
Il mito dell'autorealizzazione nel saggio di Raffaele Alberto Ventura, “La conquista dell'infelicità”
La cultura è una salvezza e al contempo una condanna: lo afferma Raffaele Alberto Ventura nel suo nuovo saggio edito da Einaudi. Il titolo è La conquista dell'infelicità (sottotitolo: Come siamo diventati classe disagiata). L'autore, che ha già affrontato in passato tematiche simili, è nato negli anni Ottanta mentre io nei Settanta, ma poco importa. Siamo entrambi figli, e non solo noi, di una ideologia tipicamente borghese secondo la quale basta crederci ai sogni affinché si avverino, soprattutto quando sei iperqualificato. Che non significa non studiare o non avere ambizioni, bensì tenere i piedi ben piantati a terra e non fingere che l'autorealizzazione sia il rimedio per i mali contemporanei. Secondo alcuni questa è, con molta probabilità, una concezione troppo pessimistica, secondo altri vittimistica, dipende dalla visione del mondo e dalle esperienze. Anche la filosofia e la letteratura, delle quali troviamo esempi nel libro, hanno portato nei secoli all'affermazione di determinati modelli nel nostro immaginario di occidentali.
Tuttavia, settori come la scrittura e le arti in genere rientrano fra i casi più lampanti. Scrivere senza guadagnarci nulla lo si fa perché ci si può permettere di farlo (e perché è bello) ma credere al successo perché si pubblica un libro o alla visibilità perché si scrive su giornali, blog o riviste (di solito sottopagati o gratis) è da ingenui, e Ventura affronta anche tale spinoso argomento. L'economia vocazionale, definita così, va ad alimentare un sistema distorto, con gli autori che, di fatto, ne sono complici.
Tutti vogliamo essere apprezzati e riconosciuti per quello che facciamo, ed è normale. Ma non abbiamo tutti le stesse chance di farcela, come qualcuno, mentendo sapendo di mentire, sostiene.
Quanto alla scrittura va detto che è un'attività dalla forte connotazione di impegno civile e di militanza rispetto ad altre, e non guarda solo alla natura retributiva. L'impegno civile ha un suo alto valore. Questo nulla toglie a una consapevolezza sempre più necessaria di cui parla l'autore.
19 novembre 2025
Francesco Ciusa, un artista dimenticato (su Gli Stati Generali)
Scultore che giovanissimo ebbe un grande successo alla Biennale di Venezia del 1907, poi relegato ai confini della sua regione, la Sardegna. Una mostra a Nuoro intende riportare l'attenzione venuta meno.
Ne ho scritto su Gli Stati Generali, link all'articolo francesco-ciusa-artista-dimenticato/
17 novembre 2025
Il rischio di una società tecnologica per Jacques Ellul (su SoloLibri)
Nella metà del Novecento il sociologo francese Jacques Ellul aveva già previsto il nostro attuale legame con la tecnologia, attraverso il saggio La società tecnologica. Il rischio del secolo, riproposto ora in una nuova edizione.
Ne scrivo su SoloLibri.net
Link all'articolo: La società tecnologica. Il rischio del secolo
14 novembre 2025
La sorte, il tempo e Walter Benjamin
01 novembre 2025
Tra amore e lotta per il lavoro: “Era andata a finire così”, di Maddalena Vianello (su SoloLibri)
Ho scritto su SoloLibri.net del romanzo di Maddalena Vianello, Era andata a finire così (Fandango Libri, 2025). Una storia di formazione al femminile tra amore e lotta per la dignità e la salute sui luoghi di lavoro.
Link all'articolo Era andata a finire così
***
Diego Rivera, Detroit Industry South Wall Pharmaceutics, 1932-33.
03 ottobre 2025
Il mondo di Ingeborg Bachmann
28 settembre 2025
“Il mago”, di John Fowles (su SoloLibri)
15 settembre 2025
A lezione da Vladimir Nabokov
Da quest'anno anche nella versione elettronica, è ormai un classico della saggistica letteraria: Lezioni di Letteratura di Vladimir Nabokov. Una raccolta organica degli appunti e dei numerosi fascicoli preparatori delle lezioni in classe da lui tenute in America, dove arrivò nel 1940, ovvero il periodo in cui pensava di scrivere quello che poi diverrà il suo capolavoro, Lolita, completato nel 1953. Grazie alla moglie Véra e al figlio Dmitri è stato possibile concludere un lavoro, per così dire di assemblaggio, che ha portato a questo corposo libro e Fredson Bower, nella prefazione, specifica di non aspettarsi di trovare il lessico o la sintassi che il celebre scrittore russo avrebbe usato sapendo di farne un libro. Non è stato riscritto tutto alla lettera, sarebbe stato impossibile farlo, spiega.
Nabokov approdò prima alla Stanford University e al Wellesley College; poi alla Cornell University a Ithaca dove fu nominato Associate Professor di letteratura slava e dove insegnò nel corso sui "Maestri della narrativa europea" e su "Letteratura russa in traduzione inglese". Furono gli anni trascorsi in quell’ultima accademia i più prolifici: terminò il memoriale autobiografico Parla, ricordo e fu nello stesso periodo che la moglie gli impedì di bruciare le prime pagine della sua opera più famosa con protagonista Humbert Humbert. Divenne infine Visiting Professor nel 1952 ad Harvard e nel 1958 abbandonò in modo definitivo l'insegnamento. In particolare, le lezioni qui riunite costituiscono il programma svolto al Wellesley e alla Cornell. Nel nostro Paese hanno fatto la loro prima comparsa nei primi anni Ottanta, poi Adelphi ha eseguito una rivisitazione nel 2018 con introduzione del Premio Pulitzer John Updike che si è occupato della parte biografica, mentre la traduzione è di Franca Pece. L'ultima edizione è del 2022.
Vladimir Nabokov (1899-1977) era figlio di una antica e nobile famiglia di San Pietroburgo; crebbe in un ambiente colto e raffinato dove si parlava oltre al russo anche l'inglese, che conobbe meglio della sua lingua madre. La rivoluzione del 1917 costrinse tutti i membri a fuggire in Europa dove il giovane Vladmir poté proseguire gli studi. Si laureò infatti al Trinity College di Cambridge.
Visse in Francia e in Germania dove il padre, un noto politico, venne assassinato. Uomo eclettico e versatile, fu anche un bravo scacchista - non solo come giocatore ma anche come teorico - e un entomologo, nonché saggista e critico; è stato certamente influenzato dal genitore alla cultura occidentale, pur rimanendo fedele alla tradizione drammaturgica russa.
In esergo di Lezioni di Letteratura troviamo questa frase semplice e diretta:
«Il mio corso è, tra le altre cose, una sorta di indagine poliziesca sul mistero delle strutture letterarie».
Descrizione che rende l'idea del metodo-Nabokov: far ragionare gli studenti sui meccanismi letterari e su come e perché nasce una narrazione, e le sue annotazioni e i disegni presenti nel testo rendono più chiaro e visibile il lavoro certosino eseguito ogni volta. Non solo mappe a corredo.
Sono sette «i giocattoli meravigliosi» europei sotto la sua lente di ingrandimento: Mansfield Park di Jane Austen, l'Ulisse di Joyce, Casa desolata di Charles Dickens; Gustave Flaubert con Madame Bovary, Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr Hyde di Stevenson, il primo volume della Recherche di Proust, Dalla parte di Swann, e La Metamorfosi di Kafka, con opportuni confronti a Gogol' e Tolstoj.
«Sebbene ogni essere umano abbia il proprio stile, l'unico su cui valga la pena soffermarsi è quello dello scrittore di genio, e il genio non può esprimersi nello stile letterario dello scrittore se egli non lo possiede nell'anima».
Quindi se lo stile per Nabokov non si può insegnare, tutto il resto può e dev'essere oggetto di studio. Non si preoccupava più di tanto dei fatti d'interesse umano, era un anti freudiano, nè del senso comune ma solo dell'opera in quanto tale. Con ironia agli allievi diceva che il libro segue il suo destino e proprio come il destino che può essere imprevedibile, anche la vita di uno scrittore alle volte lo può essere, ricalcando la storia da lui stesso generata: come Tolstoj che trovò la morte presso una stazione ferroviaria seguendo le orme di Anna Karenina o come Stevenson quando gli venne un colpo apoplettico, e prima di morire ha detto: “Cosa succede, mi è cambiata la faccia?”.
I discorsi sempre arguti, a volte taglienti, ma da Nabokov nelle vesti di docente non ci si poteva aspettare nulla di diverso:
«La letteratura è invenzione. Le opere di fantasia rimangono sempre fantasia, e dire che un'opera di fantasia è una storia vera è un insulto sia all'arte che alla verità. Tutti i grandi scrittori sono grandi imbroglioni, proprio come quella grandissima imbrogliona della Natura».
Nemico dell'identificazione, riteneva che il vero lettore deve sapere quando e in che momento tenere a bada la propria immaginazione e per farlo deve conoscere il mondo che un autore gli pone perché «il romanzo non si deve leggere né col cuore e neanche col cervello ma con la spina dorsale». Non lascia spazio a dubbi o equivoci.
Lezioni di letteratura unisce l'utile al dilettevole in quanto valido strumento se ci si pone nell'ottica di acquisizione dello spirito critico nella lettura, e anche un libro appassionato e appassionante, per non dimenticare che la letteratura è arte e che un buon scrittore è innanzitutto un buon lettore.
Anche su Gli Stati generali. Link all'articolo A lezione da Vladimir Nabokov
Vladimir Nabokov (fonte immagine: getty)
04 settembre 2025
“L'emicrania” di Antonio Alatorre (su SoloLibri)
Ho scritto su Sololibri.net dell'Emicrania, di Antonio Alatorre (Ventanas, 2025). Non un manuale di medicina, bensì un memoir letterario di uno dei più importanti saggisti e critici messicani, tradotto per la prima volta in italiano.
Link all'articolo L'emicrania
Antonio Alatorre (fonte: porcierto.com)
26 agosto 2025
Il manifesto di Duchamp contro il conformismo
Prima o poi capita a tutti di trovarsi in un importante museo o galleria di qualche città e farsi largo tra la folla per riuscire a vedere un'opera famosa, mentre le altre che gli stanno intorno, se si fa caso, vengono ignorate dai più.
Marcel Duchamp (Blainville-Crevon, 1887 – Neuilly-sur-Seine, 1968) pittore e scultore francese naturalizzato americano, è considerato dalla critica uno degli artisti più influenti del XX secolo. Precursore dell’arte concettuale, faceva utilizzo di oggetti di uso comune scelti con cura – una fontana, una ruota di bicicletta, tra i più noti – che venivano decontestualizzati dandogli un’altra dimensione estetica, detti ready made, “oggetti già fatti”. A volte i ready made consistevano in reinterpretazioni di grandi capolavori del passato. Quella che fece nel 1919 della Gioconda di Leonardo da Vinci rientra fra i suoi lavori più celebri. Vi applicò dei baffi sul labbro superiore e un pizzetto e lo intitolò L.H.O.O.Q. il cui significato è dato dalle lettere che pronunciate in francese suonano in modo provocatorio Elle a chaud au cul, ovvero “Lei si concede facilmente”. Tale tecnica non fu l’unica che portò avanti, ma il senso era sempre quello di stimolare lo spettatore alla riflessione, ad andare oltre le apparenze, oltre le più facili omologazioni e non farsi attrarre dalla presunta realtà. Al contempo aprì la strada a una nuova idea di arte, un’arte che metteva in discussione se stessa, e di artisti.
L’opera in questione è ritenuta un manifesto contro il conformismo. Duchamp non voleva screditare il dipinto o l’autore, bensì denunciare l’atteggiamento di coloro che apprezzano l’arte solo perché la contemplano tutti in quanto bella e molto conosciuta. Come se a sorridere sotto quei baffi fosse lo stesso Leonardo.
Una riflessione piuttosto attuale in periodi di viaggi, vacanze e overtourism. Al Louvre ammiriamo spesso la “vera” Gioconda attraverso i display dei cellulari dei visitatori che abbiamo davanti, con la speranza che sappiano almeno cosa stanno guardando o perché sono lì e non altrove oppure al Museo Reina Sofía di Madrid, per citare solo alcuni fra i numerosi luoghi di interesse, dov’è esposto Guernica di Picasso, di fronte alla quale una muraglia umana è quotidianamente tenuta a distanza da paletti divisori con a lato un operatore pronto a evitare danni o avvicinamenti improvvidi nonostante i paletti, per poi magari offrire un veloce e distratto sguardo al resto degli affreschi presenti.
Invece la rivisitazione di Duchamp fa parte di una collezione privata statunitense.
(Anche su Gli Stati Generali, link all'articolo: il-manifesto-di-duchamp-contro-il-conformismo/)
21 luglio 2025
Pensare da scrittori prima di esserlo. “La scrittura non si insegna”, di Vanni Santoni
Forse non si può insegnare a scrivere, ma si può insegnare a pensare da scrittori e per farlo ci sono una serie di abitudini che è necessario acquisire. La prima è la più banale, eppure in quanto banale ha un fondamento pratico: leggere tanto, e ancora leggere, prendere appunti, ricopiare.
Parla di questo e di altro un breve saggio del 2020 ancora più attuale data la varietà di pubblicazioni a cui assistiamo ogni giorno, di Vanni Santoni, scrittore e docente alla Scuola del libro. Il titolo è alquanto perentorio: La scrittura non si insegna, Minimum Fax, Collana Filigrana) ed è nato dall'esperienza di aver avuto troppi allievi che volevano scrivere senza aver letto abbastanza. Perché allora, si domanda e domanda Santoni, voler scrivere se non si è letti almeno Alla ricerca del tempo perduto di Proust e l'Ulisse di Joyce? Un interrogativo provocatorio ma neanche tanto se ci si pensa bene, semmai è pertinente. Tenendo conto che quanto abbiamo di fronte non è un manuale di scrittura creativa, bensì un pamphlet, e dunque per sua natura sfidante. Di per sé non è un male che tante persone vogliano scrivere, ma lo diventa quando si vuole scrivere e pubblicare senza cognizione di causa. Oltre ai due citati, l'autore elenca una serie di altri libri corposi, una trentina circa, da Roberto Bolaño a David Forster Wallace, da Sebald a Tolstoj e Dostoevskij, da Jane Austen a Borges, e altri da leggere una volta affinate le basi e in relazione al genere a cui ci si vuole avvicinare. Questione di sensibilità che si apprende leggendo e scrivendo. Testi che ritiene imprescindibili per chi vuole scrivere seriamente. La scelta è ricaduta su dei capolavori non solo in quanto tali, ma perché in essi si celano variegate suggestioni dovute anche alle numerose pagine che li compongono. Opere imperfette, come vengono definite, perché capaci di provocare sommovimenti, dare consapevolezza delle infinite possibilità del romanzo contemporaneo. Quindi per esempio non Lo straniero di Camus in quanto «piccolo diamante che si può ammirare ma dal quale non è immediato imparare qualcosa».
È importante inoltre, secondo l'autore, far parte di una comunità: confrontarsi, fondare una rivista o scrivervi per mettersi alla prova, conoscere o farsi conoscere. In sostanza, creare e dotarsi di una rete di interessi umanistici. Che non significa in seguito pubblicare un libro, sarebbe una ingenuità anche solo pensarlo. Può capitare ma anche no. Le variabili sono tante e l'editoria è impresa: settore economico.
Dopo la scrittura c'è un ulteriore processo inevitabile ed è la revisione. In particolare farsi leggere da chi è al nostro livello, cioè da coloro che hanno più interesse a farlo per il fatto che lo facciamo o possiamo farlo noi con loro. Non amici o parenti, vuoi perché non intenditori, vuoi perché difficilmente vi diranno che quanto hanno appena letto non gli è piaciuto, e nemmeno rivolgersi, senza retribuirli, ai professionisti dell'editoria che, proprio perché professionisti, vanno pagati per il lavoro che svolgono.
Se si vuole scrivere un romanzo bisogna aver chiaro, avverte ancora Vanni Santoni, che l'impegno è totalizzante; è la letteratura a imporlo. Deve prima diventare uno stile di vita. Se non ci si nutre di buone letture l'impresa è ardua. La scrittura infatti non è come comunemente si pensa un'attività facile da praticare. Ci si mette al computer e si aspetta la musa. Non è esattamente così che funziona o che si spera funzioni. Si tratta di un'arte e l'arte richiede studio. L'arte richiede di eccellere. Averlo presente è un primo importante passo.

16 luglio 2025
Alla scoperta di Vali Myers: “Cara Vali”, di Chiara Centioni (su SoloLibri)
Ho scritto su Sololibri.net del romanzo Cara Vali, (Castelvecchi, 2025) di Chiara Centioni e della scoperta di se stessa attraverso la ballerina e pittrice australiana Vali Myers, vissuto a lungo a Positano.
Link all'articolo Cara Vali,
Vali Myers, 1959, in un ritratto di Norman Ikin
04 luglio 2025
L'uomo allo specchio
L'uomo che non conosciamo è seduto di fronte a uno specchio bordato d'argento.
L'immagine riflessa fa da sfondo a un'apparente realtà. La gente intorno a lui si muove e intorno vaga, alla ricerca delle illusioni. Le forme sprofondano nella gelata atmosfera di parole mancate, di abbracci perduti, amori celati.
Immagine: René Magritte, Il falso specchio, 1928.
17 giugno 2025
Giorgio Manganelli e la scrittura come esercizio di libertà
Quando la morte lo coglie all'improvviso nel 1990, Giorgio Manganelli aveva pronto un dattiloscritto (non l'unico, tra l'altro) composto da saggi e interventi pubblicati fra il 1966 e quello stesso anno su diversi quotidiani e riviste, riguardanti i temi del leggere, dello scrivere e del recensire libri. Un corpus omogeneo, pensato e organicamente strutturato dallo scrittore: una vera e propria ‘raccolta d’autore’ poi divenuto un libro edito da Adelphi nel 1994. All'inizio il titolo doveva essere Frantumaxione di parole per decisione di chi si occupava di trascrivere il materiale, Ebe Flamini. Quando il testo è stato seguito per la stampa si è preferito, come spiega la curatrice Paola Italia, Il rumore sottile della prosa, titolo di uno degli articoli presenti, perché rendeva meglio cosa intendesse Manganelli per letteratura: lo spessore della pagina, l'intensità della scrittura. Qualità che hanno contraddistinto l'intera sua opera. Le parole non solo devono avere un senso, ma essere portatrici di un disegno. Ed è soltanto con l'inganno, con l'artificio che si può chiudere il cerchio.
Manganelli rompe ogni legame con la tradizione letteraria e ha pochi eguali, ma numerosi seguaci; al di là alle legittime aspirazioni o degli accostamenti che vengono fatti dalla critica. È diventato anche un personaggio letterario, reso da Romana Petri in Cuore di furia (Marsilio, 2020). Lo stile manganelliano è labirintico, volutamente provocatorio. Un racconto-incantesimo che mescola il lirismo all’indagine filosofica, alternandolo alla dissertazione. Esplora la potenza del linguaggio come strumento di esorcismo, sottolineando che chi non padroneggia le regole della scrittura rischia di rimanerne schiacciato. Il suo rapporto con la parola è quello di un illusionista, un alchimista, capace di rendere la sintassi un organismo vivente, una “lava in perpetuo movimento” che si anima nella scrittura, nella lettura e nella rilettura. Tre concetti chiave di un intenso percorso. La prosa di Giorgio Manganelli è un’esplorazione vertiginosa della lingua, un gioco di costruzione e de-costruzione che affonda le radici nella letteratura rinascimentale e barocca. Così facendo trasforma la scrittura in un esercizio di disobbedienza, demolisce l’idea che la letteratura debba avere intenti educativi, meno che mai moralistici. “L'estrosità intellettuale si guasta come un niente”. Non ultimo è l'affondo spietato e ironico nei confronti dei successi letterari (o insuccessi) e dei premi.
Giorgio Manganelli ci insegna dunque a non avere paura della complessità, a non fermarci all'ovvio, ad andare oltre il puro e semplice dualismo del mi piace/non mi piace. Perché uno sguardo critico «introduce oscurità dove è illusoria chiarezza, porta notte dove è la menzogna del giorno, cattura e tesaurizza l’errore dove apparentemente si dà pertinenza».
(anche su Gli Stati Generali, link all'articolo Giorgio Manganelli e la scrittura come esercizio di libertà)
Sopra, un'immagine di Giorgio Manganelli (fonte, Modlet).
09 giugno 2025
Invisibili sogni
28 maggio 2025
Cioran e “Il crepuscolo dei pensieri” (sul Culturificio)
20 maggio 2025
Flannery O'Connor e l'arte di scrivere
09 maggio 2025
Il talento nella serie tv sulla danza
La serie tv Étoile, targata Prime Video, in otto episodi, uscita il 24 aprile scorso, ideata dai coniugi Palladino, gli stessi dei Griffin e di Una mamma per amica, è ambientata nei templi mondiali della danza classica, rappresentazioni di due diverse realtà: il Ballet National di Parigi e il Metropolitan Ballet Theater di New York. Per superare la crisi di introiti, conseguenza della pandemia e dall’allontanamento dei giovani da una pratica considerata di nicchia, le rispettive dirigenze scelgono di rinnovarsi ed effettuano uno scambio temporaneo dei loro migliori ballerini.
Sulla trama prevalgono le personalità dei protagonisti. La famosa quanto difficile étoile Cheyenne (Lou de Laâge, nella foto di copertina in una scena). Lo sfrontato e ribelle Gabin, ballerino solista (Ivan du Pontavice). Il coreografo stravagante Tobias (Gideon Glick) e Mishi (Taïs Vinolo), col peso di una madre ministra del governo e per questo considerata dalle colleghe una raccomandata.
Ciò che è interessante è che viene mostrato senza mai bisogno di dirlo, cosa è il talento. Un concetto semplice solo all’apparenza. Di per sé infatti significa poco. A esistere invece sono: il sacrificio, l’ambizione, la determinazione, l’attitudine a condurre una vita non ordinaria, conoscenze giuste al momento giusto, disponibilità economica. Nella storia c’è anche una “fata”, forse la vera protagonista perché incarna tutto questo e altro, come l’innocenza o le disuguaglianze: la piccola coreana Susu, interpretata da una bravissima LaMay Zhang; col sogno di fare la ballerina si esercita mentre la madre pulisce di notte le sale deserte e casualmente viene notata da Cheyenne.
La passione da sola non basta. Nel talento c’è più pragmatismo che romanticismo. Dall’altra parte ci saranno gli applausi o i complimenti, ma anche tanta gente che non aspetta altro che un tuo passo falso o che solo analizza e giudica quel che fai e come, in un mondo spietato e competitivo.
Ma il talento occorre anche per mandare avanti la parte burocratica e amministrativa da parte dei responsabili delle compagnie, Jack McMillan (Luke Kirby) e Geneviève Lavigne (Charlotte Gainsbourgl, la Jane Eyre nel film di Franco Zeffirelli del 1996) che devono rendere conto del loro operato al Consiglio di amministrazione o a un’istituzione che li finanzia.
Con una parte tecnica ben studiata, segno che i produttori della serie hanno voluto mettere in evidenza cosa c’è dietro alla qualità dell’arte e ai dettagli, si fa un po’ fatica a stare dietro ai ripetuti cambi di scena fra America e Francia e relativi personaggi. Ci si è un po’ persi anche in vecchi cliché. Nel complesso un prodotto godibile, con diversi spunti di riflessione applicabili con facilità non solo al campo della danza.
(anche su Gli Stati Generali, link all'articolo danza-etoile)
La locandina
27 aprile 2025
Antonio Gramsci e l'indifferenza alla Storia
Il messaggio di Antonio Gramsci contenuto nel testo Odio gli indifferenti si può considerare la summa, il manifesto del suo pensiero. Non per niente viene citato spesso, anche sui social. Come tutti i grandi pensatori però è meglio leggere, se non è possibile tutto, e tutto non sempre è possibile, almeno molto della vasta produzione, per comprenderlo appieno. Altrimenti rimane uno slogan per le pronte occasioni e le bacheche virtuali.
Link all'articolo del 2019 su Solo Libri: Odio gli indifferenti
24 aprile 2025
L'ultima dedica di Mario Vargas Llosa
La letteratura ha il potere di imprimere una direzione alla Storia? Con questo eterno interrogativo si è congedato Mario Vargas Llosa, in un romanzo intitolato al silenzio.
La metafora del silenzio infatti è il filo conduttore dell'ultimo libro dello scrittore peruviano, morto il 13 aprile scorso lasciando un vuoto nella letteratura sudamericana e mondiale. Proprio di recente la casa editrice che lo pubblica in Italia, Einaudi, ha dichiarato che in autunno uscirà postumo un suo romanzo breve, I venti.
Le dedico il mio silenzio, è uscito nel 2024 nella traduzione di Federica Niola e ha come protagonista Toño Azpilcueta, di origini improbabili, cognome basco e padre italiano; è un personaggio malinconico e bizzarro con la fobia per i roditori, ma il più grande esperto di musica peruviana.
Gli accademici però ignorano Toño Azpilcueta, sebbene lui non senta di valere meno di loro. Oltre a scrivere articoli per cui viene pagato pochissimo, impartisce lezioni di Disegno e Musica tenute al Colegio del Pilar in un quartiere di Lima molto distante dal suo. In cambio riceve istruzione gratuita per le sue due figlie, Azucena e María, di dieci e dodici anni. Un giorno riceve una telefonata inaspettata proveniente da un famoso intellettuale, il dottor José Durand Flores, che lo invita a seguire il concerto di quello che considera il miglior chitarrista che sia mai esistito, Lalo Molfino il nome, ma Toño incredibilmente non ne ha mai sentito parlare. Accetta «senza immaginare che l’invito gli avrebbe rivelato una verità che fino a quel momento aveva solo intuito».
Dopo aver ascoltato Molfino suonare e aver provato sensazioni ed emozioni uniche e soprattutto dopo che il geniale musicista improvvisamente muore, per giunta nell’indifferenza generale, vuole rendergli giustizia, e decide di scrivere un libro su di lui. Per farlo dovrà recarsi nei luoghi dove Molfino è cresciuto, a Puerto Eten, paesino costiero sperduto situato a Nord del Paese. Porta avanti l’ambizioso progetto come una missione, e può farlo grazie alla moglie, Matilde, che pensa al sostentamento della famiglia con lavoretti precari e all’amico e conpadre Collau che gli dà fiducia e lo aiuta economicamente ad affrontare il viaggio. Il periodo non è dei migliori per la Nazione, già segnata da contrasti e lacerazioni sociali profonde. Le violenze e gli attentati di Sendero Luminoso, movimento rivoluzionario fondato da Abimael Guzmán, imperversano.
Il nostro però non vuole realizzare solo una biografia di Lalo Molfino, ma un vero e proprio trattato sul folklore peruviano, visto quest’ultimo come strumento di pace e unione fraterno. La stesura si rivelerà ben presto più complessa del previsto. L’autore sembra non essere mai soddisfatto del lavoro svolto, continue sono le aggiunte per migliorarlo. Vuole che sia perfetto. Ultimata l’opera si pone il problema di convincere un editore, e infine il pubblico, delle sue argomentazioni.
La huachafería – letteralmente “pacchianeria”, un tratto che accomuna la maggior parte dei peruviani di ogni estrazione, ma è in particolare espressione di identità – e il vals criollo – tipico valzer dalle caratteristiche seducenti – provengono dalla fusione di etnie diverse: europee, andine e africane.
I luoghi dove si formarono i primi ballerini e chitarristi erano delle anguste stanzette, i callejones, dove vivevano stipate persone che con tutta la famiglia si trasferivano dai villaggi verso la capitale, alla ricerca di lavoro. Nessuno avrebbe mai pensato che in quei locali avrebbero trovato dimora le musiche popolari, eppure è accaduto. Così come la storia d’amore emblematica, definita “esempio empirico” dal narratore, fra Toni Lagarde, un ragazzo di Miraflores di buona famiglia e la negrita Lala Solórzano, ballerina del vals, nonché figlia di genitori umili che abitavano in un callejón. Nessuno avrebbe scommesso sui due; invece il loro è stato un matrimonio felice e duraturo. Sono rimasti uniti nonostante le barriere, contro e oltre ogni pregiudizio culturale e razziale:
«Ma i genitori di Toni non lo perdonarono mai. Erano testardi, di quelli che mantengono i loro rancori a oltranza, e gli chiusero per sempre le porte di casa loro».
Tra contenuti romanzeschi e saggistici (e alternando narrazione in prima e terza persona) Vargas Llosa costruisce una metanarrazione tra il mito e il reale, tra magia e memoria storica, dove si mischiano personaggi esistenti, come la cantante Cecilia Barraza, di cui Toño è segretamente innamorato, e personaggi di fantasia.
Non riconosciuti entrambi dalla società, Lalo e Toño rappresentano un popolo emarginato, ma mai sconfitto. Forse un libro non cambierà il mondo, ma potrà gettare un seme per le generazioni future. Sembra essere questo l’ultimo messaggio di speranza e sogno del Premio Nobel per la letteratura 2010.
(Anche su Gli Stati Generali, link all'articolo le-dedico-il-mio-silenzio-di-mario-vargas-llosa/)
I quattro musicisti, dipinto di Fernando Botero, si trova nella copertina del libro
19 aprile 2025
L'inno alla vita di Anna Maria Ortese
16 aprile 2025
Il diario di Guido Morselli (Su Gli Stati Generali)
Oltre che qui in un articolo sulla gloria postuma, ho scritto su Gli Stati Generali del diario di Guido Morselli
Link all'articolo Guido Morselli nei diari
30 marzo 2025
La scrittura come un coltello, di Annie Ernaux (su Solo Libri)
La scrittura come un coltello, di Annie Ernaux (L'Orma, 2024) vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 2022. Ne parlo su SoloLibri. net:
Link all'articolo La scrittura come un coltello
26 marzo 2025
L'attualità di Cioran sul turismo
Dieppe, 28 agosto 1972
Mio caro Arşavir,
condivido le tue opinioni disilluse sulle vacanze, su questa nuova religione, perché proprio di questo si tratta! – la peggiore. Negli ultimi anni non si può più viaggiare d’estate. È impossibile trovare una stanza da qualche parte. Milioni di persone in movimento. Una cosa del genere non accadeva dai tempi delle invasioni barbariche. Prima potevo visitare l’Inghilterra, la Spagna, l’Italia cambiando posto ogni giorno; ora non posso. Così ho concluso la mia carriera da turista. Sono qui, in riva al mare, in un luogo dove c’è poca gente, poiché fa freddo e la spiaggia è priva di sabbia… Meglio così! Vivere senza telefono, senza visite, senza connazionali, senza appuntamenti di qualsiasi tipo: è questo il paradiso. Non puoi immaginare il tempo che spreco a Parigi in chiacchiere. Gente di tutto il mondo viene lì, e io non vado da nessuna parte. Le ore che ho passato negli ultimi anni in conversazioni insipide, avrei potuto usarle per imparare il cinese o il sanscrito.
Emil Cioran (Bridgeman images).
22 marzo 2025
“Wild swimming” di Giorgia Tolfo (su Solo Libri)
Su SoloLibri.net scrivo di un esordio, quello di Giorgia Tolfo col suo Wild swimming (Bompiani, 2025) proposto da Laura Pugno per il Premio Strega.
Link all'articolo Wild swimming
19 marzo 2025
L'amore indissolubile nelle lettere di Salvatore Satta
«Laura, mia indissolubile compagna, io ti benedico per queste gioie improvvise che mi giungono dal tuo ricordo. Ogni lettera che leggo è un rivivere il tempo immemorabile che abbiamo insieme trascorso, ignoti prima l'uno all'altro, poi improvvisamente svelati nel nostro comune destino. Io credo che se questa gioia dovesse durare a lungo, di Bob non troveresti un giorno altro che il mito quasi pagano, poiché mi dissolverei in te, e altra sorte per me non vorrei».
Link all'articolo Mia indissolubile compagna
Salvatore Satta dimostra con le sue opere quanto diritto e letteratura viaggino su binari paralleli. Su questo si veda anche l'articolo di Treccani on-line https://www.treccani.it/enciclopedia/diritto-e-letteratura_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/
Salvatore Satta e sua moglie, Laura Boschian (foto tratta dal Il manifesto).
04 marzo 2025
Le prime rivendicazioni per un mondo più giusto: da Olympe de Gouges a Franz Bernheim
La “questione femminile” emerse periodicamente in Europa durante il XVII e il XVIII secolo, soprattutto sul tema dell’educazione, sebbene i diritti delle donne non erano stati al centro di un’intensa discussione negli anni antecedenti le Rivoluzioni americana e francese. Diversamente da quanto avvenne per i protestanti, gli ebrei o persino gli schiavi, la condizione delle donne, infatti, non era stata argomento di approfondimento nelle discussioni pubbliche. I diritti per le donne figuravano a un livello inferiore della scala della “concepibilità” rispetto a quelli di altri gruppi. Questo disinteresse può essere dovuto al fatto che le donne non erano nemmeno considerate una minoranza, meno che mai perseguitata. Nonostante queste distinzioni fra categorie, i tempi si fecero maturi per tentare di superarle. Infatti nel 1791, ad opera della francese Olympe de Gouges (1748-1793) pseudonimo di Marie Gouze e nell'anno successivo ad opera dell’inglese Mary Wollstonecraft (1759-1797) verranno pubblicati due titoli particolarmente significativi, Declaration des drois de la femme et de la citoyenne e A Vindication of the Rights of Woman. La portata rivoluzionaria di questi testi lo si può capire dal fatto che gli stessi illuministi avevano un’idea della donna come vittima di emozioni, passioni e superstizioni, il cui comportamento era dettato dall’istinto quanto quello dell’uomo lo era dalla ragione.
Tra il 1789 e il 1795, con gli eventi che si susseguirono in Francia, tutti i club femminili vennero chiusi e proibiti alla partecipazione con un voto della Convenzione. Le motivazioni, neanche troppo velate, furono che le donne potessero ottenere la cittadinanza e i relativi diritti politici, costituendo una minaccia troppo forte per chi in quegli anni stava lottando per arrivare al potere. Le donne semplicemente non costituivano una categoria politica distinta.
Il più deciso assertore maschile dei diritti politici delle donne in quel periodo fu Condorcet, che già nel 1781 pubblicò un pamphlet nel quale chiedeva l’abolizione della schiavitù in un elenco che comprendeva proposte di riforma riguardante i contadini, i protestanti e il sistema di giustizia penale, nonché l’istituzione del libero scambio e la vaccinazione contro il vaiolo, ma le donne non le menzionò. Condorcet sfidò i suoi lettori a riconoscere che le donne avevano sempre avuto diritti e che le abitudini sociali le avevano rese cieche davanti a questa verità fondamentale. La questione suscitò il suo interesse soltanto dopo che era passato un anno dall’inizio della Rivoluzione e nove anni dopo il suo pamphlet, sostenendo che «O nessun individuo della specie umana gode di veri e propri diritti, oppure tutti godono degli stessi; e colui che vota contro il diritto di un altro, qualunque sia la sua religione, il suo colore o sesso, ha pertanto abiurato i propri diritti».
Oltre Manica, c'era Mary Wollstonecraft che si dedicava ai modi in cui la tradizione e l'educazione avevano arrestato lo sviluppo femminile, polemizzando, anche in forma anonima, con quanti - ideologhi, filosofi, in particolare Edmund Burke - sostenevano il contrario. Nel suo A Vindication of the Rights of Woman, già citato, collegò l’emancipazione della donna all’esplosione di tutte le forme di gerarchia nella società. «Io credo davvero» – disse Mary – «che le donne debbano avere propri rappresentanti, invece di essere arbitrariamente governate senza avere nessuna azione diretta che permetta loro di partecipare alle delibere del governo».
Sia Olympe de Gouges che Mary Wollstonecraft ebbero, è quasi scontato dirlo, una cattiva sorte: la prima venne condannata alla ghigliottina, come essere impudente e innaturale. La seconda venne denigrata pubblicamente in quanto donna libera e fuori dagli schemi. Insieme a William Godwin ebbe una figlia, che divenne nota come Mary Shelley (1797-1851) l'autrice del capolavoro Frankenstein.
A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, soprattutto nel mondo anglosassone, e in particolare per opera di John Stuart Mill, riprende vigore la battaglia per l’eguaglianza uomo/donna, non solo intesa come eguaglianza giuridica ma anche come diritto all’indipendenza economica e culturale. Il pensiero liberale richiede tutele specifiche per la libertà degli individui, minacciata dal potere dello Stato, e dai poteri privati della famiglia, della comunità, del datore di lavoro.
Per contro, la nascente dottrina marxista critica un'impostazione ritenuta individualista e borghese e contribuisce alla costruzione dei diritti sociali, che saranno affermati per la prima volta nella Costituzione di Weimar del 1919, anche come sviluppo delle misure di assistenza pubblica già previste nella Germania di Bismarck a tutela dei lavoratori. L’avvento della società industriale aveva portato, infatti, grandi sconvolgimenti: la questione sociale suscitava notevoli preoccupazioni e aveva favorito la formazione di diversi movimenti associativi per la difesa delle condizioni di vita dei gruppi sociali oppressi o emarginati. Nello stesso periodo erano sorti, ancora una volta soprattutto nel mondo anglosassone, associazioni e movimenti femminili, alcuni dei quali si battevano per il riconoscimento del diritto di voto alle donne. Ma le dittature che si instaurano in Europa dopo la Prima Guerra mondiale travolgeranno la cultura dei diritti.
All’indomani del primo dopoguerra vennero fatti due tentativi, entrambi falliti, di proclamare a livello internazionale il principio di uguaglianza tra individui. Il primo avvenne nel 1919. In occasione della elaborazione del Patto della Società delle Nazioni – e cioè del trattato internazionale che doveva porre le basi di una nuova comunità internazionale, dopo i disastri della prima guerra mondiale – la delegazione giapponese propose formalmente di inserire nel Patto una norma che prevedesse pari trattamento senza distinzioni di razza o nazionalità per tutti gli stranieri che avessero la cittadinanza di uno Stato membro della Società.
Quindi, una norma internazionale, inserita in un trattato fondamentale, avrebbe posto tutti gli stranieri su un piano di eguaglianza. Non si trattava, beninteso, di proclamare l’eguaglianza tra i cittadini di ciascuno Stato contraente, o tra questi e tutti gli stranieri; si trattava solo di non discriminare i cittadini degli altri Stati membri della Società, e solo essi, in base alla loro razza o nazionalità. Si era quindi lontani dalla consacrazione, a livello universale, del principio di eguaglianza, in quanto il passo avanti era solo limitato all’abolizione delle discriminazioni per razza o nazionalità. Malgrado la portata, come abbiamo visto ristretta, della proposta, essa venne rifiutata soprattutto per l’opposizione di Gran Bretagna, Australia e Stati Uniti, vale dire proprio quelle potenze occidentali nel cui seno erano stati concepiti i diritti umani. Significa che la comunità internazionale non era ancora matura per recepire quei valori .
Il secondo tentativo di proclamare a livello internazionale il rifiuto della discriminazione razziale avvenne nel 1933. Questa volta, però, lo scontro fu tra Stati occidentali e la questione non riguardò il trattamento degli stranieri, ma il rispetto dei valori della persona umana in quanto tale, in particolare la protezione delle minoranze. Infatti, i trattati stipulati dopo la Prima guerra mondiale proteggevano le minoranze linguistiche, razziali e religiose di alcuni Paesi dell’Europa centrale e orientale essenzialmente per esigenze politiche. Ma un episodio significativo segnò la crisi del tentativo di superare la dimensione politica e arrivare ad un’ottica ispirata ai diritti umani .
Nel 1933, come si diceva, un cittadino tedesco di origine ebrea si lamentò davanti al Consiglio della Società delle Nazioni delle violazioni – perpetrate dalla Germania – del trattato tedesco-polacco del 1922, nella parte in cui proteggeva le minoranze dell’Alta Slesia (allora appartenente alla Germania). Franz Bernheim, questo il nome, visse tra il 1931 e il 1933 in Alta Slesia, era stato licenziato da una società tedesca, come tutti gli impiegati ebrei. Nella sua petizione ricordò le varie leggi e ordinanze contro gli ebrei, emanate nell’aprile del 1933 dal governo tedesco, insistendo sul fatto che esse introducevano in tutta la Germania una grave discriminazione razziale. Bernheim venne subito contestato da parte del delegato tedesco di non avere alcun legame con l’Alta Slesia, né di origine né di famiglia. Fu invece il rappresentante polacco che in un vigoroso intervento respinse le obiezioni tedesche osservando che, almeno dal punto di vista formale, il Consiglio non poteva che occuparsi della sorte delle minoranze ebraiche in Alta Slesia e che ci dev’essere un minimo di diritti che deve essere garantito a ogni essere umano, indipendentemente dalla razza, dalla religione o dalla lingua materna. Parole che all’epoca destarono scalpore .
La questione delle discriminazioni contro le minoranze non si fermò lì in quanto, qualche mese dopo, la Germania chiese all’assemblea della società delle Nazioni di sottoporre a una commissione dell’Assemblea stessa il rapporto annuale della Società nella parte relativa alle minoranze. La questione venne quindi ripresa in seno alla VI Commissione dell’Assemblea. In quella sede si accese un vivace dibattito su una questione di principio: se in ogni Stato civile moderno tutti i cittadini dovessero godere di un eguale trattamento, sia in diritto che in fatto. La maggior parte degli stati rispose affermativamente; solo la delegazione tedesca affermò, invece, che uno Stato sovrano aveva il diritto di considerare un simile problema come una questione interna.
Tra gli Stati più avanzati, una posizione di punta fu presa dalla Francia che fece due proposte: riaffermare il principio che tutti gli Stati non legati da trattati sulle minoranze dovevano considerare le loro minoranze “almeno con lo stesso grado di giustizia e di tolleranza” richiesto da quei trattati. Inoltre la Francia proponeva di affermare che, se uno Stato aveva stipulato un trattato sulle minoranze, le clausole di quel trattato non andavano interpretate nel senso di escludere certe categorie di cittadini dai benefici delle clausole stesse; in altri termini, le minoranze all’interno di uno Stato erano protette anche se non si trovavano nei territori designati in termini esclusivi dai trattati.
Il riferimento all’affare Bernheim era evidente: secondo la proposta francese, la Germania doveva trattare senza discriminazione gli ebrei tedeschi, anche al di fuori dell’alta Slesia, e cioè in tutta la Germania. Non deve dunque stupire che il delegato tedesco sia insorto contro quella proposta, affermando che essa “aveva direttamente di mira la questione ebraica in Germania”. Anche se migliorata dal delegato greco Politis, la proposta francese fu dunque respinta dalla Germania, nella parte di cui stiamo parlando. In virtù dell’art. 5 del Patto della Società (secondo cui le delibere dell’Assemblea potevano essere adottate solo “con l’approvazione di tutti i membri”), la proposta francese fu bocciata .
Questo episodio dimostra che ancora nel 1933, la sovranità nazionale si opponeva al rispetto pieno dei diritti umani per tutti. Che il principio di uguaglianza – la base stessa di tutti i diritti e le libertà fondamentali – non era ancora considerato come uno dei capisaldi imprescindibili di ogni convivenza umana. Non è un caso che il voto contrario della Germania alla proposta francese sia stato dato l’11 ottobre 1933, e solo tre giorni dopo, il 14 ottobre, Hitler abbia radiotrasmesso il famoso discorso con cui annunciava il ritiro della Germania dalla Società con la motivazione che gli altri Stati non erano disposti ad accordare “una reale eguaglianza di diritti alla Germania” ma la lasciavano in una posizione “non dignitosa”. Hitler protestava per una discriminazione in campo internazionale certamente meno grave di quella che lui stesso operava, in Germania, contro certe categorie di cittadini tedeschi .
L’isolamento della Germania sulla questione della minoranza ebraica non fu certo la causa del suo ritiro dalla Società, tanto più che proprio le norme della Società le avevano consentito di bloccare una risoluzione che di fatto la condannava. Ma è significativa la coincidenza tra la rottura della Germania con i postulati essenziali del vivere civile – anche se si trattava ancora di norme etiche – e la sua uscita da quell’organismo che aveva voluto raggruppare tutti gli Stati “civili”.
Sinistra coincidenza, dunque, che mette in evidenza il nesso tra l’imbarbarimento nazista e il diniego totale dei diritti umani .
Il rispetto della dignità umana trovò, dunque, la prima pietra di inciampo nella ferma presa di posizione della Germania, volta a sostenere che la sovranità nazionale non tollerava alcuna ingerenza internazionale negli affari interni. La rottura – su questo e su altri punti, non meno significativi – tra la Germania ed il resto della comunità internazionale porterà poi allo scoppio della Seconda Guerra mondiale.
Bibliografia
A. Cassese, I diritti umani nel mondo contemporaneo, Laterza, Bari, 1994.
M. Flores, Storia dei diritti umani, Il
Mulino, Bologna, 2008.
L. Hunt, La forza dell’empatia. Una storia dei diritti dell’uomo, Laterza, Bari, 2010.
G. Oestreich, Storia dei diritti umani e delle libertà fondamentali, Laterza, Bari, 2001.
M. Wollstonecraft, A Vindication of the Rights of Woman (titolo in italiano: Sui diritti delle donne).
Per un approfondimento sulla petizione di Franz Bernheim: https://www.southcoastview.co.uk/news/the-bernheim-petition/
Ultima pagina della petizione di Bernheim (foto tratta dal sito https://www.southcoastview.co.uk/)
Frontespizio originale di A Vindication of the right of woman





























.webp)